I Leoni d'Iraq

A Nassiriya abbiamo saputo reagire

Il comandante del San Marco racconta l’assedio alla Cpa

Il T.V. Francesco Marino: «Nessun problema con le regole di ingaggio. I miliziani non si facevano scudo con i civili»

ROMA – «Ma quale ospedale? Nessuno sparava dall’ospedale». Finora ci avevano raccontato che i militari italiani assediati nella palazzina dell’autorità provvisoria di Nassiriya, la Cpa, non potevano rispondere al fuoco perché gli estremisti sciiti si facevano scudo di medici e ammalati. Niente vero. Per la prima volta il tenente di vascello Francesco Marino, comandante degli incursori del San Marco in Iraq, rivela che «mai nessuno dall’ospedale ha sparato un solo colpo».
Marino è rimasto tre giorni e tre notti chiuso nell’edificio del governatorato, «all’inizio con 25, poi con 60 uomini».
E’ appena rientrato in Italia e nessuno meglio di lui può raccontare cos’è accaduto dal 14 al 17 maggio, i giorni in cui è stato ucciso il lagunare Matteo Vanzan.
«L’ospedale lo vedevo benissimo. Ce l’avevo proprio davanti e lo tenevo sotto controllo. Se qualcuno si azzardava a far fuoco da lì dentro era morto, perché noi avevamo fucili di precisione micidiali. Eravamo in grado di colpire in modo chirurgico senza coinvolgere persone estranee».
Ma il colpo di mortaio che ha ucciso il giovane Matteo Vanzan non è partito dal tetto dell’ospedale?
«Assolutamente no. Forse proveniva da una zona a nord del fiume Eufrate oppure a est dell’ospedale, potrebbe essere stato sparato da dietro un muretto».
Se non c’era la paura di colpire l’ospedale, cosa vi impediva di rispondere agli attacchi dei ribelli?
«Nulla. Infatti abbiamo reagito ripetutamente. E’ falso dire che abbiamo subìto senza replicare. Più volte io ho condotto azioni di difesa attiva a bordo di cingolati blindati. Uscivo dall’edificio del governatorato e con i miei uomini davamo vita a contrattacchi. Il vero problema era localizzare da dove veniva la minaccia. Quando avevamo individuato il posto, partivamo e andavamo a neutralizzare la fonte dell’aggressione».
Vuole dire che avete eliminato vari seguaci di Moqtada Al Sadr?
«Credo di sì. In seguito alle nostre incursioni le armi tacevano. Se però dovessi fare il conto delle vittime non saprei che dire: non andavo a verificare i risultati delle operazioni da noi svolte».
Ma a giudicare dal Dvd diffuso a Nassiriya, i ribelli circolavano e sparavano senza nessun disturbo.
«Quello è un documento confezionato a scopo di propaganda. Si cerca di accreditare l’immagine di guerriglieri invincibili per fare proseliti. In realtà le bande da noi fronteggiate non avevano nessuna capacità militare. Gente appiedata che conduceva attacchi con iniziative personali ma senza una strategia. Si affidavano al mordi e fuggi. Non potevano competere con noi».
Si è detto che si proteggevano dietro i civili.
«Anche questa è una favola. Quando arrivano in città le bande di ribelli, i civili spariscono. La popolazione si rintana. Rimangono solo i miliziani a presidiare le strade, magari si nascondono in case diroccate o semplicemente dietro un muro. Ripeto: il nostro grosso problema non è stato fronteggiarli, ma capire dove erano appostati. E devo dire che in questo i mezzi non ci hanno aiutato».
Può spiegare meglio?
«Ci voleva un occhio puntato dall’alto. Serviva l’osservazione da un aeromobile. Non posso entrare troppo nei particolari. Se però io venivo messo in grado di capire con una visione diciamo tridimensionale dove si annidavano gli aggressori, potevamo distruggerli nel giro di poche ore».
Quindi non sono state le regole d’ingaggio a frenarvi?
«Non hanno mai costituito un limite. La polemica sulle regole d’ingaggio è assurda. Noi possiamo rispondere agli attacchi, e anche a una semplice intenzione ostile».
Adesso si mandano in Iraq i blindati Dardo e Ariete. Ce n’era bisogno?
«Una maggiore protezione va sempre bene. Però non c’era carenza di mezzi. Nella palazzina del governatorato avevamo munizioni e armi tali da poter resistere vari giorni. Potevamo anche affrontare un conflitto aperto. Tuttavia il contingente è stato colto in un momento di passaggio. Smobilitava in attesa del nuovo. Mezzi e uomini erano in effetti un po’ ridotti. I guerriglieri sapevano di questa nostra momentanea relativa debolezza. Probabile che abbiano beneficiato di qualche spiata. All’interno della base circolano molti iracheni, interpreti, operai. E’ un rischio, ma chiudersi alla gente sarebbe un errore gravissimo».
L’umore della popolazione com’è?
«Per strada la maggioranza risponde al saluto con un sorriso o con un gesto amichevole. Ma qualcuno, specie i giovani, gridano: “Vi taglieremo la gola”. Con il vecchio regime i giovani erano inquadrati. Ora sono sbandati e nelle loro teste l’incitamento alla rivolta può fare breccia».

Tratto da Corriere della Sera , articolo di Marco Nese

 

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