Venerio Angelo Righi – Leone della Divisione San Marco nel periodo 1944-1945

Dai ricordi del Dottor Alberto Righi.

Il mio papà, VENERIO ANGELO RIGHI, nacque a Sermide, un paese dell’estremo lembo della provincia di Mantova, sulla sponda destra del Po al confine con la provincia di Ferrara, il 3 luglio 1925.  Era l’ultimo di tre fratelli maschi; il padre era un capotreno delle ferrovie, veterano della prima guerra mondiale, che aveva combattuto sul Carso come  sergente di fanteria, e che sarà per questo insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine di Vittorio Veneto; la madre era casalinga. Entrambi i genitori erano originari della provincia di Ferrara, città alla quale fu sempre molto legato e dove frequentò le scuole superiori.Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo vide studente; successivamente, nella primavera del 1944, ricevette la chiamata alle armi e fu arruolato nella Divisione “San Marco” facente parte dell’esercito regolare della Repubblica Sociale Italiana.

Al termine di un duro periodo di addestramento nel campo di Grafenwohr, in Baviera, e dopo la consegna della bandiera di combattimento direttamente da parte di Benito Mussolini il 18 luglio 1944, giorno che gli rimase nella memoria, rientrò in Italia e fu inviato in zona di operazioni in Liguria, nel territorio dei comuni di Cairo Montenotte, Ceva, Bagnasco e nelle zone limitrofe dell’entroterra della provincia di Savona; qui fu promosso al grado di caporale maggiore. I suoi racconti di questo periodo erano drammatici: il suo reparto veniva impiegato anche con funzioni di repressione della guerriglia partigiana, molto forte in quelle zone;  ripeteva spesso di non avere un buon ricordo dei partigiani: “ci sparavano alla schiena quando andavamo nelle piazze dei paesi ad affiggere manifesti… ne ho visti di amici e di commilitoni morire in questo modo…”; questi eventi tragici lasciavano un segno nella sua anima e nei suoi sentimenti di soldato leale e sempre e comunque rispettoso degli avversari. Gli piaceva per questo ricordare che un giorno, durante un rastrellamento, catturò ed arrestò un partigiano; dopo averlo disarmato, si allontanò con lui dagli altri militari; negli occhi del partigiano c’era già la consapevolezza della fine imminente, quando lui gli intimò di scappare; il partigiano esitava, temendo che gli avrebbe vigliaccamente sparato alla schiena durante la fuga, lui insistette e questi fuggì  correndo, e quando comprese di essere salvo si voltò e da lontano gli fece un saluto con la mano; a quel punto, lui sparò una raffica in aria per farsi sentire dagli altri militari, e quando gli venne chiesto dove fosse il partigiano rispose di averlo giustiziato personalmente e di averne spinto il corpo in un dirupo.

Nello stesso periodo, suo padre non fu richiamato alle armi in quanto la sua professione di ferroviere era considerata essenziale per lo Stato; venne comunque militarizzato ed inquadrato nel Genio Ferrovieri col grado di sergente maggiore; il fratello maggiore, ufficiale di complemento di fanteria, nel 1944 era prigioniero   dei tedeschi in Grecia; l’altro fratello fu esonerato dal servizio militare per motivi di salute.Nella primavera del 1945, dopo la smobilitazione della Divisione, rientrò a casa.  Non subì nessuna delle violenze che causarono migliaia di morti dopo il 25 aprile 1945; anzi, a questo proposito, ricordava spesso che il presidente della locale sezione del Comitato di Liberazione Nazionale, un partigiano aderente al partito comunista, pur conoscendo il suo recente passato, lo stimava molto, e gli trovò un lavoro come impiegato nel locale zuccherificio; questa stima era ricambiata, tant’è che affermava che “il signor Giuseppe N. era un comunista onesto ed intelligente, uno col quale si poteva ragionare”. Successivamente, si iscrisse alla facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Bologna, dove si laureò nel 1950.   Esercitò le professioni di Medico Veterinario e di Insegnante, prima nelle Università di Bologna e Parma come Assistente ordinario, quindi in un Istituto Superiore. Si sposò nel 1960; nel 1961 nacqui io, nel 1965 nacque mia sorella. Visse una vita tranquilla e laboriosa, fu un professionista serio e stimato. Di assoluto rigore morale, aveva un carattere mite e conciliante, preciso e meticoloso, sottilmente ironico e piacevolmente spiritoso e pungente.  Non amava i contenziosi e le liti; cercava sempre di addivenire ad un accordo, di non acuire le divergenze, di smussare gli angoli.   Politicamente non si schierò mai in modo manifesto; non era sicuramente un uomo di sinistra, era di certo un conservatore moderato. Aveva simpatie di destra? Non posso affermarlo con assoluta certezza, anche se credo che la risposta potrebbe essere positiva; in ogni caso conservava un disco con i discorsi di Mussolini, nostra mamma quando lo vedeva o lo sentiva arricciava  il naso…     Nella seconda metà degli anni 90 papà iniziò ad accusare qualche problema di salute; continuò comunque a condurre una vita autonoma e regolare fino all’anno 2002.

E’ mancato improvvisamente il 9 febbraio 2003, senza accorgersene.

Un mese dopo, il 14 marzo, nacque il suo unico nipote, mio figlio, che lui non vide ma che aspettava con gioia; lo abbiamo chiamato Andrea Angelo, Angelo come il nonno. In questo momento, oltre a continuare a vivere nel cuore di tutti noi, vive e condivide quell’angolo di cielo dove stanno tanti altri “Leoni” come lui, che quando sentono l’inno della “San Marco” gli vengono ancora gli occhi lucidi. A lui succedeva, anche dopo tanti anni.

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