Pieri Giacomo

 

Pieri Giacomo classe 1924, a diciannove anni chiamato alle armi per il sevizio di Leva in Marina. Dopo l’8 settembre’43 arruolato volontario nel San Marco facente parte del Corpo Italiano di Liberazione (ndr. Dopo il fatidico armistizio troviamo il San Marco operante nella XMAS e anche una Divisione San Marco nella R.S.I)

Verso la metà di ottobre 1943, il Comando Marina di Taranto, emanò un bando di arruolamento volontario, e fu cosi1 che con tanti altri marinai provenienti dai depositi, dei quali molti naufraghi, e da bordo delle navi bloccate nei porti dall’armistizio, mi trovai a far parte della “Brigata Marina”, in seguito divenne Battaglione San Marco. Allora, in noi giovani era più radicato il senso del dovere verso il paese e la famiglia, che tra l’altro l’avevo al nord.  Venni inquadrato nel primo Battaglione, che prese il nome della medaglia d’oro “A.Bafile”.     Dopo un breve ma intenso addestramento selle armi individuali e la guerra a terra (da non dimenticare che molti di noi erano imbarcati fino a pochi mesi prima), eravamo pronti per l’impiego al fronte.   Ai primi di febbraio del 1944, il “Bafile” in completo assetto si imbarcò su motozattere per l’ultima esercitazione di Chiattona, presso Taranto. Al termine si accampò sotto tenda nella retrostante pineta, dove rimase fino alla fine di marzo, completando l’addestramento. Il giorno 4 marzo 1944, il Battaglione ricevette in consegna lo stendardo del sommergibile “E.Toti”, quale bandiera di combattimento. La gloriosa bandiera del San Marco che sventolò sul Piave venne riconsegnata al reggimento, nel febbraio del 1945, prima di raggiungere la linea Gotica. Nei primi giorni di aprile il Battaglione parte in tradotta per Cassino, prima tappa Sesto Campano, da lì con automezzi si arriva a Venafrio, quindi a piedi verso la prima linea. Partiti all’imbrunire sotto una pioggia torrenziale, il giorno sabato 8 aprile, siamo arrivati a destinazione alle ore 02:00 del 9 aprile, giorno di Pasqua. A ridosso di un baluardo montuoso, che per tutto l’inverno 1943-44, costrinse gli alleati ad una guerra di posizione, postazioni che noi marinai, a otto Km. a nord-ovest di Cassino, nel settore Valle Rotondo-Valvori rilevammo un reparto di Neo Zelandesi del generale Freybergh.   Di giorno eravamo rintanati nelle casematte costruite con tronchi e pietre, che si riempivano d’acqua quando pioveva. Si dormiva seduti e a turno, ogni nostro movimento era scandito da colpi di mauser tedesco, di notte eravamo in buche a cielo aperto, lungo tutta la linea a noi assegnata. Il solo collegamento con il Comando, piuttosto lontano, era il telefono, che spesso dovevamo riparare, sempre di notte, perchè i fili venivano interrotti dai colpi di mortaio. Ricordo una bella e soleggiata mattina, mentre eravamo rintanati nella casamatta, uno scoppio molto vicino e un grido, era il marinaio di vedetta che  precipitò nella buca in cui mi trovavo. Lo vidi con la mano ed il braccio insanguinati, colpito da schegge. Lo caricai sulle spalle e discesi con lui al comando di plotone al fondo valle, sulla sponda sinistra del torrente Rapido, in un rudere chiamato il “Mulino del Vado”.

Un episodio che mi coinvolse direttamente, una notte con la mia squadra venimmo attaccati da una pattuglia tedesca nella nostra postazione; dopo un breve scambio di colpi il mitragliatore mi si inceppò, in quel momento ebbi molta paura ma, rimediato all’inconveniente ripresi a sparare e la paura sparì. La scaramuccia andò avanti con un intenso scambio di bombe a mano. Al mattino davanti alla nostra posizione rilevammo la presenza della pattuglia tedesca con tracce di sangue. Questi sono i miei ricordi di Cassino, piccoli episodi vissuti in prima persona. Altri eventi anche più rischiosi, con nostre pattuglie intercettate dal nemico, con postazioni perse e poi riconquistate, predite d’ambo le parti. Non dimentichiamoci che di fronte a avevamo I signori della guerra ( se non vado errato c’era la 29^ Divisione Panzergranadier), tra l’altro non molto ben disposte nei nostri confronti. Durante la nostra permanenza a Cassino successe un fatto eccezionale, per ben due volte I tedeschi lanciarono su di noi dei volantini esortandoci alla diserzione, ma senza successo, da quanto mi risulta non ci furono defezioni nei nostri reparti. Il San Marco rimase poco meno di due mesi sul fronte di Cassino. Con lo sfondamento del fronte, il 18 maggio 1944, si concluse il primo ciclo operativo. Le nostre perdite furono di 21 morti, 38 feriti e 8 dispersi.

Mentre il fronte si spostava verso Roma, il Battaglione veniva autotrasportato sul fronte adriatico, al seguito dei reparti del Corpo Italiano di Liberazione, in movimento verso Ancona. Seguendo I miei ricordi sul fronte adriatico il Battaglione, in prossimità di Vasto, come si diceva in marina, venne riassettato e rivestito a nuovo.

Dopo cinquanta giorni di fronte a Cassino a tutto il Battaglione venne dato l’ordine di svestirsi della divisa lacera e sporca (vestivamo la divisa kaki della Marina Coloniale), di queste venne fatto un gran falò. Dopo un bagno collettivo  al fiume, tutti in fila per la vestizione: pantaloncini corti, camicia kaki, biancheria intima con ricambio, calze e scarpe nuove, dopodichè davanti al Commissario pagatore per riscuotere due mesi di paga arretrati. Nel primo pomeriggio, dopo il rancio, riassettati e messi a nuovo, venne suonata l’assemblea di tutto il Battaglione che, con I paracadutisti della Nembo, venne formato un quadrato, il generale Morgi ci fece un lungo discorso sulla situazione politico-militare, non nascondendoci il grave momento in cui veniva a trovarsi il nostro Paese, diviso in due e con una guerra civile al nord. Ciò che mi rimase impresso, furono queste parole: “ voi eroi del mare, sono certo che fraternizzerete unendovi ai miei eroi del cielo”. Non andò proprio cosi, perchè al rompete delle righe ci furono dei battibecchi tra maro` e paracadutisti. Dopo poco ci fu episodio molto significativo, Mro` e Paracadutisti uniti si scazzottarono con dei soldati alleati per difendere l’onore del Soldato Italiano e della nostra Bandiera, per niente responsabili della disastrosa situazione di prima e dopo l’8 settembre.  

In seguito il Battaglione venne trasferito a Castel Frentano, per pochi giorni. Per me, la popolazione era molto ben disposta nei nostri confronti e penso che la città non abbia mai visto tanti marinai in una sola volta. Sono certo che il detto “Abruzzo forte e gentile” la gente abruzzese se lo sia ampiamente meritato. Dopo la liberazione di Chieti, il Battaglione fu fermato per un periodo di riposo, finalmente un pò lontani dalla guerra. Durante il giorno, addestramento e marce, alla sera in franchigia in città per le solite bisbocce da marinai, un pò attaccabrighe ma con un cuore grande come il loro mare, aiutando come potevamo la popolazione ormai stremata e senza viveri.

Un episodio particolare mi colpi` profondamente: Un giorno un mio commilitone e concittadino, Berto Gharsini, mi venne a cercare dicendomi che nella caserma dei Carabinieri, in citta`, c’erano dodici prigionieri. Una pattuglia della XMAS, catturata dai nostri nei pressi di Chieti, era comandata da un sergente nostro concittadino da noi conosciuto perche` era un campione regionale di ciclismo, per me era un piccolo idolo. Andai subito a trovarlo, un po` arrabbiato in quanto combatteva, secondo me, dalla parte sbagliata, quando lo vidi pero` tutto passo`. Erano impauriti perche` incosci del loro futuro e per la cattiva propaganda che avevano avuto dai tedeschi circa la sorte dei prigionieri in mano alleata. Cercai di tranquillizzarli spiegando che nei campi di prigionia alleati la vita, tutto sommato, non era cosi` male. Mi congedai dando loro due pacchetti di sigarette e con un “ bocca in lupo”. Finita la guerra non lo vidi piu`. Non torno` piu` a casa neanche il Berto, cadde in combattimento per la liberazione di Corinaldo, con il suo comandante di plotone, il tenente Casati con altri sei maro`.

Dopo quaranta giorni circa, il 18 luglio 1944, i Battaglioni “Bafile” e “Grado” vengono autotrasportati in linea a Filotrano, da poco liberata dai paracadutisti della “Nembo” dopo duri e aspri combattimenti casa per casa. Il 19 luglio, alle ore 14:30 circa, il mio plotone era in avvicinamento di S. Maria Nuova, la mia squadra, mentre attraversava la piazza del paese fu investita da un forte tiro di artiglieria tedesca. Pareva la fine del mondo, io vengo ferito alla testa da una scheggia, con sfondamento dell’elmetto. A terra, vicino a me, cade ferito Pettinelli, poco piu` avanti c’e` il sergente Berto, ferito mortalmente, mori` quasi subito. Il sottocapo Pinto, perse le gambe, muore vicino a me in un ospedale da campo. Stessa sorte tocca a un soldato polacco. In quella azione vennero feriti il mio Comandante di Compagnia ed il mio Camandate di Plotone, le perdite furono ingenti. Alle ore 15:30 lasciavo il fronte in ambulanza, per Vasto dove in un’aula di una scuola cittadina, adibita ad ospedale da campo, venni operato per la prima volta. Qui, con mia sorpresa, sentii una voce conosciuta che, in dialetto triestino mi disse:” e ti cossa ta fa qua ( e tu cosa fai qui?); era il mio medico della mutua, in quel caso il Capitano Medico Dott. Bernazza, che diversi anni prima mi aveva curato un malanno giovanile, ora si apprestava a curare le mie ferite. L’episodio in se` non dice nulla, ma per me e` stata una piacevole compagnia, con lui al mio fianco mi sentivo come a casa. Dopo la guerra fu ancora il mio medico e spesso ricordavamo la bufera che ci coinvolse, come si comprende per entrambi ando` bene.

Una seconda tempo fui operato in un ospedale di Chieti, la convalescenza la passai al deposito del San Marco in Alezio. Mentre il San Marco prosegue la sua marcia liberando Iesi, San Marcello, Belvedere, Ostra Vetere, Corinaldo, raggiunse Urbania, obiettivo assegnato dagli alleati al Corpo Italiano di Liberazione e dove finisce il secondo ciclo operativo. Le perdite del San Marco furono di 73 caduti tra ufficiali sottufficiali e comuni, 198 feriti e 27 dispersi. Il terzo ciclo operativo, il San Marco divenne Reggimento con l’inserimento del terzo Battaglione “Caorle” nell’ambito del gruppo di combattimento “Folgore”. Nei primi mesi di del 1945 entra in linea a Casale Valsenio sulla Gotica-Bologna, partecipando agli ultimi combattimenti ed al balzo finale, fino al Brennero (il sottoscritto in questo ciclo non ha partecipato ad azioni di fuoco, in quanto operante al comando Reggimentale).  Chi erano quei marinai del San Marco partecipante al Corpo Italiano di Liberazione? Erano giovani macchinisti, siluristi, sommergibilisti, artificieri, elettricisti, cannonieri, segnalatori, che fino all’otto settembre 1943 avevano il loro posto di combattimento in macchina, in plancia, alle torri in S.Barbara ed in camera di lancio che, con I loro ufficiali e sottufficiali si arruolarono volontari nel San Marco, partendo da Cassino fino al Brennero, combattendo e immolandosi in difesa e per la liberta` del loro paese. 

Mi e`stato chiesto se avevo voglia di parlare dei miei anni verdi trascorsi nella bufera della Guerra, certo che ne ho voglia, ne parlo sempre con mia moglie, ne ho parlato a lungo con mio figlio ed ora cerco di parlarne ai miei nipoti e a voi, sperando che quei nostri sacrfici siano da lezione alle future generazioni. Non so se il mio era coraggio so che avevo tanta paura, ma mai mi sono nascosto o tirato indietro, ho sempre eseguito gli ordini ed I compiti che mi venivano assegnati con alto senso del dovere. Il coraggio non si impara a scuola ne` uno se lo fa venire all’improvviso a mio modo di vedere tutto e` dovuto al caso, alla situazione, alla responsabilita` verso gli amici che condividono con te la stessa sorte, al compito a cui sei assegnato, quello e` il momento cui trovi il coraggio. Per me c’e` voluto piu` coraggio alla fine della guerra, nel riprendere la vita civile dove tutto era distrutto. Si puo` ben dire che le nostri classi hanno dovuto soffrire fisicamente e moralmente; durante la gioventu` lottare per sopravvivere, ritornati a casa lottare ancora per un posto di lavoro. Ottenuto con fatica il lavoro lottare ancora per la carriera infine per la famiglia. Risultato, cio` che abbiamo ottenuto e` stato tutto a fronte di sacrifici immani, I giovani di oggi non credono o fanno finta di credere, per zittire I “matusa”. In chiusura consentitemi una battuta: “ noi del San Marco avevamo una marcia in piu`, senza mancare di rispetto o togliere dignita` a tutti I soldati d’Italia. Come dicevo a tutti bisogna additare le colpe di quanto successe in quei giorni e specie dopo l’8 settembre, eccetto che ai soldati italiani che come a El alamein non manco` mai il coraggio ( ed anche qui il San Marco combatte` con valore ndr.)

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