Dopo l’otto settembre 1943

L’Armistizio ( 8 settembre 1943 )

L’8 settembre sorprese gli uomini del SAN MARCO sparpagliati, sia sul territorio metropolitano sia all’estero, nelle seguenti dislocazioni :

– Comando centrale ( Capitano di Fregata Giovanni Biagini ), non completamente installatosi, a Jesolo (Venezia)

– Deposito ( Maggiore dell’Esercito Arnoldo Apollonio ) a Pola,

– Battaglione CAORLE ( Capitano di Corvetta Federico Itzinger) a Tolone;

– Battaglione “P” ( Capitano Rodolfo Ceccacci a Tarquinia, con elementi al fronte ed in Sardegna.

– Battaglione “N” ( Capitano di Fregata Carlo Simen ) a Livorno, con elementi al fronte in Sardegna;

– Distaccamento a Bordeaux, presso Betasom;

– Distaccamento a Santa Rosa, Roma. Al pari degli altri combattenti, essi affrontarono le situazioni locali, subendo le conseguenze delle scelte effettuate secondo quanto dettato loro dalla coscienza o imposto dalle circostanze.  In Sardegna gli “N.P.”, ancora al comando del capitano Camisca, decisero in maggioranza di rimanere nelle file del governo legittimo.  Diversa fu la scelta, a Giaoia Tauro, dei reduci dalla Sicilia ( circa 60 uomini ), ancora sotto il comando del capitano Buttazzoni, che decisero di dirigere a Nord per continuare a combattere con a fianco dei tedeschi.  I paracadutisti che si trovavano a Porto Clementino, erano stati addestrati fino a quel momento dai tedeschi. Il capitano Ceccacci fece nascondere le armi e le munizioni ed inviò gli uomini in licenza. Successivamente Ceccacci si incontrò con Buttazzoni e decise di raggiungere il Comandante Junio Valerio Borghese. Tutti i paracadutisti che erano in licenza furono informati della situazione e invitati a rientrare in servizio recandosi alla Spezia. Successivamente Ceccacci recuperò armi e munizioni.  Ben più travagliate furono, sovente, le vicende degli altri reparti. Al Deposito di Pola, alle dipendenze del maggiore del R.E. Apollonio ( subentrato al C.C. Cesare Betti dal marzo 1943 ), malgrado già dal giugno precedente fosse inziato il trasferimento del Comando e di alcuni reparti dipendenti in una colonia marina di Iesolo, era in corso di formazione il nuovo Battaglione TOBRUCH ( T.V. Mario Zino ).  Fin da luglio il Comando Piazza aveva costituito due battaglioni di emergenza per la difesa della piazzaforte, impiegando ufficiali del SAN MARCO, il Battaglione CREM era costituito da elementi delle scuole C.R.E.M., il Battaglione Difesa della Madre Patria ( maggiore R.E. De Guillaume ) era costituito da elementi del Deposito di Pola.  Al Deposito di Stoia erano presenti 50 paracadutisti  della Marina in addestramento, 800 reclute per il battaglione in costituzione ed una Compagnia Mitraglieri. Alla proclamazione dell’armistizio non seguì subito, come altrove, l’occupazione tedesca; ma in compenso divenne pressante l’azione dei partigiani iugoslavi che, interrompendo le comunicazioni, obbligarono gli uomini del SAN MARCO a frequenti ed energici interventi.  La sera dell’8, al Deposito di Stoia, furono approntate due compagnie fucilieri per O.P., che nella notte uscirono a presidiare la città.  Il mattino del 9 il maggiore Apollonio fece approntare due plotoni mitraglieri e due plotoni assaltatori, che furono inviati a presidiare gli accessi alla città dalla provinciale Trieste-Pola. Un altro reparto fu inviato, alle 12:30, a presidiare il bivio della suddetta strada Fasana.  Sempre il 9 mattina, il Battaglione  fu inviato a presidiare Bosco Siana, con l’ordine di sparare sui tedeschi solo se attaccato.  La sera del 9, il reparto di Fasana fu rilevato da truppe di fanteria ed i marinai ( oltre 200 ) si accamparono nei pressi del cimitero con compito di rincalzo. Il 10, verso mezzogiorno, transitarono dalla zona numerosissimi mezzi dell’ Esercito  carichi di soldati disarmati provenienti da Fiume. La sera, 18 marinai furono inviati sulla strada Pola-Trieste per costituirvi un posto di blocco ed altri 60 uomini furono inviati a rinforzare un reparto di fanteria che, a Siana, bloccava la strada da Fiume. L’11 mattina l’ordine di non sparare se non attaccati fu cambiato in quello di non sparare comunque sui tedeschi. Verso mezzogiorno, con otto camion, il reparto di Bosco Siana fu inviato al bivio di Dignano per Pisino, per liberare quel dai partigiani; dopo un breve scontro a fuoco si venne ad un abboccamento in funzione anti-tedesca.  Alle 16:30, tre squadre mitraglieri  furono inviate a presidio della strada di Gallesano (tre chilometri da Pola ), per difenderla dagli attacchi dei partigiani; alle 22:00 il reparto fu attaccato dai partigiani, che li avevano scambiati per tedeschi, vi furono due feriti. Alle 23:00 iniziò il passaggio di un’autocolonna tedesca. Nella notte sul 12, mentre i tedeschi entravano in città, tutti i reparti armati furono richiamati nelle caserme della città. Alle 05:00 del 12 il maggiore Apollonio tenne rapporto a tutti gli ufficiali nella Caserma Bafile, prospettando tre soluzioni alternative proposte dai tedeschi:

– Combattere a fianco dei tedeschi, ma ai loro ordini;

– Collaborare con i tedeschi rimanendo a Pola o dove e come le autorità credessero più opportuno;

– Non collaborare andando in campo di concentramento.

Entro le 12:00 tutte le armi furono consegnate ed alle 15:00 tutti i militari  ( circa 1500 uomini ) furono consegnati nelle tre caserme ( C.R.E.M , Bafile e Nazario Sauro) piantonate da sentinelle tedesche.   Alcuni militari del SAN MARCO  partirono su tre imbarcazioni a remi verso Lussino.   Il maggiore Apollonio riferì nella sua relazione : 

Purtroppo gli eventi precipitarono verso la metà di settembre, in tutta la base di Pola regnava il caos, ordini e contrordini si susseguivano, i reparti si sfasciavano uno ad uno, unico, il SAN MARCO rimasto completo nei suoi ranghi, andò a prendere posizione contro i tedeschi che stavano per occupare Pola. Ma, successivi ordini perentori del Capo di S.M. della Piazza, obbligarono il SAN MARCO a ritirarsi dalle posizioni, sotto la minaccia di morte per chi avesse sparato un solo colpo di fucile. Indignato e avvilito il SAN MARCO dovette fare ala all’occupante. Poichè i tedeschi contavano sulla collaborazione del reparto, unico ancora organico, fui chiamato al Comando tedesco, dove espressi il desiderio dell’intero reparto di essere disarmato ed internato in Germania.  Forse perchè male informati, i tedeschi non vollero credere alle mie parole ed in loro presenza dovetti riunire l’intero reparto. Invitato da me a pronunciarsi in favore della collaborazione con i tedeschi, nessuno uscì dai ranghi.  Cedute le armi il 18 settembre 1943, il reparto s’imbarcò sul VULCANIA per essere trasferito a Venezia, un terzo della forza effettiva mancò però all’imbarco, nella sosta a Venezia, un altro grosso contingente lasciò il reparto, sicchè quando finalmente arrivammo al campo polacco presso Stettino, del San Marco rimanevano solo 16 ufficiali e circa 200 fra sottufficiali e marinai, ossia circa il 30 % della forza effettiva del reparto. Nella notte del 17 settembre, in compagnia di altri tre ufficiali, potei nascondere la Bandiera del Reggimento in una nicchia sotto il pavimento in legno davanti l’altare maggiore della chiesa della Madonna del Mare di Pola.

La mattina del 14 il maggiore G.N. Bardelli, con la fascia della Wehrmacht al braccio sinistro, si recò a Stoia a fare opera di propaganda pro-tedeschi, fu circondato, aggredito e malmenato. Visto che il destino del SAN MARCO era ormai segnato, iniziarono iniziarono gli allontanamenti del personale dalla caserma. Il 17 , i tedeschi, disincagliarono la motonave VULCANIA, vi imbarcarono tutti gli italiani presenti nella caserma e li trasferirono a Venezia.    A Tolone, il Battaglione CAORLE era comandato dal Capitano di Corvetta Federico Itzinger, che aveva sostituito, agli inizi dell’estate, il Tenente di Vascello Fulvi. Erano presenti 35 ufficiali, 80 sottufficiali e 1150 sottocapi e comuni. La notizia dell’armistizio colse gli uomini durante il pasto serale, nella Caserma Grignan. Vi furono comunicazioni telefoniche con il generale Farina ( Capo di Stato Maggiore aggiunto e comandante del fronte a terra. Alle 22:00 l’ammiraglio Matteucci (Mariprovenza ) ricevette disposizioni da parte di Supermarina, per la consegna della piazza marittima ai tedeschi, ai quali avrebbe dovuto chiedere il libero transito per l’Italia per sé e per i propri dipendenti. Il personale rimase consegnato in caserma, ma vi furono egualmente molte fughe presso famiglie francesi conosciute. Il 10 settermbre, alla 11:30, il colonnello tedesco Rohn, comandante della piazza di Tolone, si recò alla Caserma Grignan e chiese se il battaglione volesse passare agli ordini dei tedeschi, ottenne un unanime  rifiuto. Rohn comunicò, quindi, che il personale doveva considerarsi prigioniero, rimanendo consegnato in caserma. Il 12 settembre i tedeschi chiesero la consegna delle armi. Il 15 il battaglione fu imbarcato su un treno che condusse gli uomini in Germania, distribuendoli fra i vari campi di concentramento.   Anche a Bordeaux la situazione non presentava alternative, visto il prevalere della presenza tedesca. Il distaccamento del SAN MARCO, di cui Maristat aveva chiesto la riduzione il 7 giugno precedente, per la minor presenza di sommergibili italiani a Betasom, contava ancora 340 uomini, il Capitano di Vascello Enzo Grossi, infatti, aveva risposto a Maristat che il contingente non andava ridotto, sia per l’accresciuto pericolo di sabotaggi da parte nemica, sia per compensare il basso grado d’addestramento del personale, inviato a Bordeaux nel 12 dicembre 1942 con provenienza da navi sinistrate. Questi uomini passarono in gran parte ai tedeschi, chi non aderì venne internato.

 

CONSIDERAZIONI : 

 La Dalmazia, il Peloponneso, la Cirenaica, la Tripolitania, la Tunisia, la Corsica, la Provenza sono i settori di un’ideale raggiera incentrata sull’Italia, in cui il SAN MARCO operò durante i 39 mesi di guerra contro gli Alleati, unico fra tutti i reggimenti italiani, ad avere tale primato in termini di presenza sui vari fronti di guerra.  La mancata partecipazione alle occupazioni della Iugoslavia e della Corsica e, soprattutto la rinuncia della presa di Malta privarono il reparto del collaudo in quella prova per la quale, insieme alla Forza Navale Speciale, si era a lungo preparato; quella dello sbarco d’assalto.  A similitudine dei paracadutisti della Folgore, nati anch’essi per assolvere compiti di natura speciale, i marò B.S.M. dovettero farsi ancora unavolta fanti tra i fanti, su quel fronte africano su cui si decisero le sorti della guerra. 

 Non avevano dei fanti né la preparazione specifica, né i mezzi ma, come in precedenti circostanze della loro storia, supplirono abbondantemente a queste carenze con le doti umane, tanto da far poi asserire, come abbiamo già detto, al successore di Rommel, il generale Von Armin, che erano i migliori soldati di cui aveva il comando in Tunisia.

 Nel corso del conflitto contro gli anglo-americani il reggimento soffrì di gravi carenze e fu impiegato organicamente soltanto durantela Campagnadi Tunisia; ma anche in questo i tre battaglioni dipesero dal Comando di reggimento solo organicamente, essendo operativamente alle dipendenze di reparti diversi.

Per la loro propria costituzione i reparti del San Marco ebbero a lamentare:

 –         La formazione dei reparti ( vedasi Battaglione Tobruch ) con compagnie provenienti da   battaglioni  diversi e con diversi gradi di addestramento e di preparazione.

–         Il continuo cambio dei Comandi d’appartenenza con impossibilità di arrivare ad un’effettiva integrazione nel reparto.

–         Problemi di rifornimento, specie in Africa, dove a volte fu avventuroso e spesso impossibile far arrivare anche i rimpiazzi ed i complementi, con conseguente logoramento degli uomini.

–         L’eccessiva frequenza dei cambi degli ufficiali , in parte dovuto anche all’elevato numero di perdite per morte, ferimento o malattia.

–         Le gravi carenze nei materiali e l’assoluta mancanza di quello carrabile.

Alla luce del progredire della guerra fu sempre più evidente l’inadeguatezza dell’armamento individuale e di quello di reparto ( che portò a successive modifiche dell’organico); si passò dai mortai da45 mm. a quelli da 81 fu incrementato l’armamento di accompagnamento. Si tentò di sopperire alla mancanza di mobilità aumentando il numero di automezzi, spesso gli uomini provvidero ad incrementare la potenza di fuoco del reparto con armi di preda bellica.

Nella sua relazione di fine comando, l’ammiraglio Biancheri, Comandante Militare Marittimo in Tunisia, che aveva avuto alle sue dipendenze il San Marco anche quando era assegnato alla F.N.S, diceva : “…. E’ mio convincimento che l’armamento del San Marco debba essere perfezionato con maggiore assegnazione di armi contraeree e anticarro. Oltre alle armi di fanteria propongo l’assegnazione di un gruppo di cannoni autotrainati c.a. e anticarro da 100, con 5 batterie su 4 pezzi ciascuna”

 L’analisi dei risultati conseguiti sul campo portò, in definitiva, all’eliminazione del Comando di reggimento.

Oltre alla condotta delle operazioni nei vari settori, vanno sottolineate le iniziative attuate nel campo dell’impiego, con la creazione e l’addestramento dei reparti speciali, dei quali il San Marco fu culla e fucina. Iniziative  che furono adottate poi dall’Esercito, con i Reparti Arditi e dall’aeronautica con gli A.D.R.A. ( Arditi Distruttori della R. Aeronautica)

 Nell’intuire le esigenze di nuove forme di lotta e nel cimentarsi ad inventarne e ad affinarne le tecniche, il reggimento dimostrò di non essere secondo alle analoghe, seppure più note compagini straniere, divenendo il precursore nelle specialità delle quali gli anni successivi, e la stessa epoca contemporanea, avrebbero dimostrato l’esigenza e la validità.

 Tratto da : ” Le Fanterie di Marina Italiane”  Ufficio Storico della Mrina Militare – Ed. 1998

 

 

 

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